INTERVISTA – Benevento, carcere e case occupate: Fabio Russo denuncia le risposte che non arrivano

Celle sovraffollate, difficoltà nell’accesso alle cure, fragilità psichiche che faticano a trovare ascolto. Fabio Russo, avvocato penalista e consigliere dell’Ordine degli avvocati di Benevento, parte dalle condizioni della detenzione per affrontare il rapporto tra diritti, sicurezza e capacità delle istituzioni di intervenire. Un’analisi che, nella parte conclusiva, si sposta sugli alloggi pubblici occupati abusivamente e sulla distanza tra l’accertamento delle irregolarità e il recupero delle abitazioni.

Capodimonte, il peso del sovraffollamento

Nel corso dell’intervista vengono richiamati 371 detenuti a fronte di 232 posti effettivamente disponibili. Dietro i numeri ci sono ambienti condivisi da più persone di quante previste, con conseguenze sulla convivenza e sull’utilizzo dei servizi.

“C’è un forte disagio che i detenuti vivono nella loro quotidianità”. Nell’esperienza del penalista, celle destinate a due o tre persone finiscono talvolta per ospitarne quattro o cinque. “I servizi sono parametrati a un determinato numero”, mentre le presenze possono essere superiori.

Il problema principale riguarda le condizioni nelle quali si trascorre la detenzione. Le difficoltà sanitarie, però, possono interferire anche con il rapporto con il difensore. È accaduto a un suo assistito: “Un detenuto non è potuto scendere a fare il colloquio con me perché aveva scoperto il giorno prima che aveva la scabbia”.

Per Russo, la privazione della libertà non deve accompagnarsi a una sofferenza ulteriore prodotta dalle condizioni dell’istituto. Al centro resta la dignità della persona: “La pena deve tendere, come sappiamo, alla rieducazione del condannato”.

Salute mentale, quando il disagio incontra la diffidenza

La tutela delle persone con problemi psichici è uno dei punti più delicati del racconto. “Sono anni che cerco di sensibilizzare anche la magistratura rispetto alle esigenze di salute del singolo detenuto”.

Nell’attività difensiva, Russo incontra situazioni nelle quali ottenere attenzione per una condizione di malattia diventa difficile. A pesare, nella sua valutazione, è anche il sospetto che la richiesta nasconda il tentativo di ottenere una misura meno restrittiva.

Il rischio è che la diffidenza prevalga sull’esame delle necessità effettive. “Molto spesso mi trovo in difficoltà anche come difensore a far capire che effettivamente c’è una problematica”. Eppure, “il problema c’è e va affrontato”.

Nella sua ricostruzione trova spazio anche la presenza, in passato, di un’articolazione dedicata alla salute mentale nel carcere beneventano, della quale segnala la successiva scomparsa. La richiesta è di assicurare continuità all’assistenza, senza lasciare sole le persone più fragili: “Si dovrebbe fare in modo di seguirli, di fare un discorso assistenziale”.

Sul tema dei suicidi, l’esperienza professionale diventa una testimonianza personale: “Purtroppo anche dei miei assistiti hanno fatto questa fine”.

Più personale per tutelare detenuti e operatori

La sicurezza di chi lavora in carcere e le condizioni di chi vi è detenuto, nella prospettiva di Russo, non rappresentano esigenze contrapposte. Entrambe risentono delle carenze di personale.

“C’è una carenza di organico sia rispetto alle guardie penitenziarie, ma anche rispetto al personale educativo”.

Durante una visita al carcere di Ariano Irpino, effettuata insieme alla Camera penale di Benevento, il professionista riferisce di avere raccolto una testimonianza sulla riduzione degli educatori: da cinque o sei operatori si sarebbe passati a due, uno dei quali a tempo parziale.

Meno risorse significano maggiori difficoltà nel seguire i percorsi individuali e nell’intercettare le tensioni. Ferma la condanna delle reazioni violente, Russo invita a intervenire anche sulle carenze che possono alimentare esasperazione: “Rafforzando l’organico, il personale educativo e quello sanitario”.

L’accesso alle cure presenta ulteriori ostacoli quando è necessario uscire dall’istituto. Alle attese per una prestazione si aggiunge l’organizzazione del trasferimento: “Bisogna organizzare la scorta per andare all’ospedale perché all’interno dell’istituto alcuni accertamenti non si possono proprio effettuare”.

Misure alternative e tempi delle decisioni

Sul ricorso alla custodia cautelare in carcere, la richiesta è di valutare concretamente le alternative quando risultino adeguate al singolo caso.

“Queste dovrebbero essere misure eccezionali, praticabili solo quando non vi è effettivamente una concreta alternativa”.

Nel ragionamento del penalista rientrano gli arresti domiciliari accompagnati dal controllo elettronico, dove ne esistano i presupposti. A suscitare perplessità sono anche le differenze osservate tra procedimenti: “Io difendo diversi soggetti che attualmente sono in misura cautelare per furto”, mentre per vicende che considera più gravi vede applicare misure meno restrittive.

Durante la detenzione, un altro ostacolo è rappresentato dalle attese per le risposte alle istanze: “Molto spesso l’istanza viene presentata, o meglio viene decisa, con notevole ritardo”. Una decisione vicina alla conclusione della pena rischia di non incidere tempestivamente sul disagio segnalato.

Uno spazio specifico riguarda le donne detenute. Accanto alle difficoltà materiali riportate da alcune assistite, compresa la disponibilità di acqua calda, emerge il rapporto con i figli: “Molte di loro sono mamme, quindi hanno esigenze di avere contatti anche con la famiglia, con i figli minori”.

Alloggi occupati, l’accertamento non equivale alla liberazione

Il confronto si sposta poi sulle occupazioni abusive, distinguendo gli immobili privati dagli alloggi pubblici. È su questi ultimi che Russo concentra l’attenzione: individuare un’occupazione senza titolo e avviare gli accertamenti non significa ottenere automaticamente la restituzione dell’abitazione.

“Il procedimento penale segue un corso diverso da quello del procedimento amministrativo”.

L’accertamento delle eventuali responsabilità e le attività necessarie al recupero dell’immobile procedono su piani differenti. Può quindi accadere che la vicenda giudiziaria avanzi mentre l’alloggio rimane occupato.

“Molto spesso,poi, l’accertamento penale ci sarà e anche la condanna”. Il passaggio che manca, o che richiede più tempo, è quello successivo: “Quello che invece non avviene o molto spesso ritarda ad arrivare è la liberazione dell’immobile”.

L’attenzione si sposta così sugli enti proprietari, individuati nel Comune o l’ACER. Nella lettura del professionista, la questione non può essere demandata soltanto alle forze dell’ordine: all’accertamento devono seguire gli atti di competenza dell’amministrazione e il completamento delle procedure necessarie a recuperare l’abitazione.

È in questa fase che Russo colloca le maggiori criticità. “Il procedimento amministrativo per sua natura è molto più farraginoso, più lungo”. Certe esitazioni e lungaggini possono essere legate al timore di contrasti.

La richiesta è di non lasciare il percorso incompiuto. Contestare l’occupazione senza arrivare al recupero, mantiene immutata la situazione materiale e lascia indisponibile un bene abitativo. Le regole vanno rispettate, le leggi esistono e vanno applicate.

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